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Araldica

(Su Beni)

Araldica

Antico rito nuziale del trasporto del corredo (Su beni) dalla casa della sposa a quella dello sposo (terza domenica di agosto).

E' l'antico rito nuziale, ormai caduto in disuso e soppiantato dal “classico” cerimoniale moderno uguale in quasi tutto il mondo: abito bianco con velo e talvolta strascico per la sposa, completo nero con cravatta per lo sposo, spesso accompagnamento di paggetti, lancio di riso e rottura di piatti, cerimonia religiosa o civile, con finale di baci augurali e pranzo di gala. In passato quest'importante rito si svolgeva in modo completamente diverso e seguiva regole ricche di figure e simbologie allegoriche, che sopravvivono solo nella memoria di chi oggi ha più di 40 anni. Grazie all'impegno dell'Associazione Turistica Pro Loco, che l'ha inserito nel proprio programma culturale, oggi quest'antica cerimonia è stata recuperata e viene riproposta annualmente la terza settimana di agosto, nel quadro delle manifestazioni estive.

Sa coja vera e propria è preceduta da su beni ovvero dal trasporto del corredo dalla casa della fidanzata alla futura dimora della coppia, trasporto che era effettuato di solito tre giorni prima della data fissata per le nozze, cioè il giovedì, dato che ci si sposava sempre di sabato.

Su beni era portato dai parenti della futura sposa, che doveva restare a casa, accompagnati dalla madrina, affiancata da is àngulur de sposa , una bimba e un bimbo che fungevano da paggetti. Apriva il corteo un suonatore d'organetto o di fisarmonica, seguito da s u pandelàrgiu che teneva sa pandela , una canna palustre fresca, addobbata con pane bianco e dolci, legati con nastrini colorati; su pandelargiu era solitamente s'angulu ‘e sposu , se grandicello, in caso contrario su pardinu (il padrino. Nel corteo quest'ultimo era affiancato da sa pardina , la madrina, la quale recava sa caddargiòla , un paiolo in rame di modeste dimensioni, e da s'àngul'e sposa , la paggetta, che teneva in mano is coscinèras , i cuscini; seguivano una sorella della fidanzata con sa camisa ‘e sa coja , la bianca camicia del matrimonio, dono del fidanzato, e un parente stretto con su caddàrgiu (un paiolo più grande di quello portato dalla madrina).

Venivano quindi alcune donne con su beni , il corredo, composto da abiti flissati, bluse, lenzuola, tovaglie, asciugamani, utensili per la lavorazione del pane, corbule in vimini, brocche, piatti, bicchieri, pentole, e dietro di esse gli uomini, che portavano gli spiedi, i treppiedi, il pitale, le borracce in pelle o di zucca. Il corteo era chiuso da uno o più carri a buoi, secondo le disponibilità della famiglia della ragazza, su o sui quali sono stati caricati i materassi, il comò, la credenza, la cassapanca di Aritzo di legno intarsiato, il tavolo, le sedie. Il corteo, i cui componenti indossavano il tradizionale costume locale, partiva dalla casa della futura moglie e, dopo essere sfilato per le vie del paese, raggiungeva la casa degli sposi, ove trovava l'uscio socchiuso.

La madrina bussava alla porta, dietro la quale si trovava la madre del fidanzato, la quale chiedeva: de ‘nua eneisi? , da dove venite? ottenendo come risposta de su mari prenu , dal mare pieno, inteso come benessere. Per tre volte le due donne ripetevano questo breve dialogo, quindi la madre diceva: e incui ‘nci intreis , e lì possiate entrare, cioè i futuri sposi troveranno benessere. A questo punto la porta veniva spalancata e il corteo entrava, depositando su beni . Dopo che il mobilio e il corredo erano stati sistemati, la madrina chiedeva alla sua interlocutrice: meda ‘os ‘esti su ki ‘os eur betìu? , è molto quello che vi abbiamo portato? La pronta risposta era: nou! Su megliur nosi ‘nci màncada!, no! ci manca il meglio , alludendo all'assenza della futura sposa.

Il sabato successivo, giorno del matrimonio, lo sposo, seguito dai parenti e dagli amici, si recava alla casa della sposa, ove una sua sorella donava alla futura cognata un mazzo di fiori. Quindi tutti si recavano in chiesa, ad eccezione dei genitori, e al loro passare la gente dalle finestre e dai balconi lanciava grano e riso, frammisto a dolcetti, caramelle e monetine. Al termine della cerimonia, dopo gli auguri dei parenti e degli amici, la coppia rientrava a casa della sposa, ove trovava ad attenderli fuori dalla soglia i genitori, ai quali, prima di entrare, gli sposi, dopo essersi inginocchiati su un cuscino di lino o di seta, baciano loro la mano e chiedevano perdono per qualche eventuale offesa arrecata, dicendo: perdonaimì ki os apu fatu mali! , perdonatemi se vi ho fatto del male!

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Versione italiana a cura di Weblord.it.
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